Don Paolo in gita con dei parrocchiani

(tratto da L’Ancora n°18)

Quando il cardinal Ruini mi comunicò la sua decisione di aver scelto me come parroco di S.Maria Madre del Redentore, ebbi un po’ di trepidazione: mi era subito apparso un compito difficile. Ero ancora giovane; Tor Bella Monaca era conosciuta in tutta Roma come un quartiere molto problematico; le pagine di cronaca nera nel corso degli anni sono state innumerevoli. Ma ero anche convinto che bisogna vivere dentro le situazioni per poterle capire e se è il caso, giudicare.

Mi tornarono in mente le parole di Paolo a Timoteo, piene di affetto e di fiducia: “
Nessuno disprezzi la tua giovane età, ma sii esempio ai fedeli nelle parole, nel comportamento, nella carità, nella fede e nella purezza.” Una parola di grande speranza e di grande impegno, che, per me, sintetizzava il ruolo e i doveri di un sacerdote chiamato a guidare una comunità.

Tor Bella Monaca: il nome del quartiere spaventava ancora; gli articoli sulla cronaca nera si sprecavano. La sfida che il Vangelo lanciava a me e a tutta la comunità, era quella di continuare a portare Gesù, anche se le difficoltà e i disagi non sembravano diminuire. La storia di una parrocchia è inevitabilmente legata al territorio e alla realtà umana e sociale dove essa vive: così era, ed è, anche per S.Maria Madre del Redentore. Dopo alcune settimane la trepidazione si era fatta meno intensa, più serena. Appariva ai miei occhi
la realtà di un quartiere giovane, vivace anche se complesso e con dei gravi bisogni e delle gravi carenze. Non ho mai negato i problemi che tutti vedevano e vivevano: ma mi rendevo conto che la realtà era difficile e articolata in ogni luogo e in ogni quartiere della nostra città di Roma. Avevo incontrato una parrocchia molto viva: ritenevo giusto e doveroso che questa vitalità continuasse a crescere.

Don Paolo in gita con dei parrocchiani Cadeva, dopo poche settimane, il 10° anniversario della consacrazione della chiesa parrocchiale. Una delle prime cose che pensai di organizzare era un momento di festa, bello e semplice, che ricordasse quei primi anni di vita, i primi passi della comunità. Doveva essere un’occasione che ricordasse a tutta la comunità il cammino che si era fatto, che non era cominciato ‘il giorno prima’, ma che procedeva da anni, e che la strada da percorrere sarebbe stata lunga, faticosa ma ricca di esperienze e di gioie. Era il dicembre del 1997. Trovai subito la disponibilità
e la collaborazione di tutta la comunità per organizzare quella festa. Invitammo a presiedere la celebrazione il Card.Giovanni Canestri, grande conoscitore della realtà romana, diocesi in cui era stato parroco, poi padre spirituale del Seminario, poi Vescovo Ausiliare e infine Vicegerente.

Arrivando a Tor Bella Monaca notai subito il contrasto tra la magnificenza e la solennità di questa chiesa e il disagio e le povere case di tanta parte del quartiere. Capii allora che quello che avevamo, anche le strutture, dovevamo condividerlo. Sono nate, da questa convinzione, alcune esperienze ed alcune attività importanti. Negli anni della mia permanenza in parrocchia ho cercato di essere sempre me stesso; sono stato rispettato e amato per questo e di ciò ringrazio Dio e tutta la comunità; il servizio e il ministero del Parroco, in quanto ministro di Dio, in quanto inviato dalla Chiesa in un territorio, in quanto servo della presenza di Gesù unico Pastore e Maestro del suo popolo, tutti l’hanno sempre riconosciuti.

Passando lungo via di Tor Bella Monaca pensavo alle persone che vivono nei vari complessi, nei comparti popolari e che si ritrovavano in questa chiesa che svetta fino a 60 metri: e mi chiedevo? Ma tutta questa gente cosa penserà e cosa si aspetterà dalla chiesa, dalla parrocchia?

Cominciavo a mettere a fuoco i tanti desideri, le aspirazioni e i miei progetti come parroco di questa chiesa. Intuivo che la prima cosa era ‘avvicinare le persone’. In troppi parlavano male di questo quartiere e della gente che vi abita. Nutrivo nel profondo del cuore la speranza che ogni parrocchiano riscoprisse e ponesse in evidenza i valori positivi del vivere in tanti in poco spazio e smorzasse e sdrammatizzasse gli aspetti negativi di questa condizione sociale.

Questo significava dire si alla “promozione umana e cristiana”, collaborando con le varie strutture del quartiere per un progetto comune che guardasse all’uomo e alle sue difficoltà, che lo aiutasse ma che cercasse di dare quelle risposte che cerca dal primo momento della sua esistenza fino all’ultimo: le risposte alla ragione del suo essere che solo Gesù e il Vangelo possono dare.

Ho sempre pensato che il difficile non è costruire una chiesa (e non me ne abbiano progettisti e costruttori). Il difficile è innestare una parrocchia nel territorio, farla essere e diventare ciò per cui ha senso che esista. La chiesa non può essere solo bella da guardare, ma bella da vivere. Desideravo che la parrocchia fosse punto di riferimento, luce, guida, orizzonte, casa di preghiera; un laboratorio di idee, una sicurezza per chi rischia di non averne. Bisognava continuare il lavoro di chi ci aveva preceduto e continuare questo lavoro significava impegnarci a far uscire Tor Bella Monaca dal clamore e dalle ambiguità in cui stampa e TV l’avevano relegata per farla rientrare nel suo quotidiano e nella sua storia, la storia delle persone nella loro verità e nella loro concretezza, che non facevano quel rumore e quel clamore di cui erano accusate.

Ho trovato nella comunità tanti laici volenterosi, semplici ma fedeli e innamorati di Gesù; infaticabili comunità religiose a totale servizio della parrocchia con cui ho cercato, con i confratelli sacerdoti, di lavorare e di pregare insieme: questa è stata la principale forza della nostra azione pastorale.

Con i laici impegnati, abbiamo diviso quell’ansia e quella passione per l’annuncio del Vangelo a tutti e in particolare alle persone più in difficoltà, alle tante famiglie toccate, travolte dalle disgrazie, dal male, dalla disperazione.

Spero, nella vita, di continuare a fare sempre qualcosa per le povertà umane.

Avevo chiesto tante volte al Signore di vivere la responsabilità di questa comunità senza “imporre” ma chiedendo ed essendo esigente innanzitutto con me stesso;

avevo chiesto al Signore di poter formare e accompagnare una comunità di uomini e donne, ragazzi e bambini che pur diversi tra loro decidessero di vivere insieme la fede, nel rispetto di tutte le differenze e nell’affermazione di un’unica verità, quella di Cristo. Tutto ciò poteva nascere solo quando un uomo profondamente, serenamente e autenticamente porta in sè la Parola di Dio, quell’unica parola che rende fratelli, quell’unica parola che, può fare anche di “un gruppo di prigionieri una comunità di uomini liberi”.

A tutti l’augurio di essere sempre più uniti in Lui.


DON PAOLO LOJUDICE
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