VII SCHEDA DI RIFLESSIONE
2012-2013

 

“CREDO IN DIO PADRE ONNIPOTENTE CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA”
…… E LA SUA”IMPOTENZA?”


Seconda Parte

 

Lo scorso mese abbiamo meditato sul “Credo in Dio”fermandoci a riflettere sulla sua   paternità [VI Scheda di riflessione]. Riprendiamo la nostra riflessione. Il titolo vuole essere provocatorio in quanto provocatoria è molte volte la domanda che ci viene posta da chi è nel dolore e nella sofferenza: “perché Dio è impotente davanti al male e alla sofferenza?”; “perché il male nel mondo?”. Articoleremo l’incontro ascoltando un testo tratto dal c. 3 del Libro di Giobbe e un commento di Enzo Bianchi, Priore di Bose, tenuto in provincia di Reggio Emilia nel 2003. Nella riflessione di coppia riprenderemo alcune delle domande della scorsa volta integrandole con un'altra sulla sofferenza.

Dal Libro di Giobbe 3,1-23

DIALOGO TRA GIOBBE E I SUOI TRE AMICI: ELIFAZ, BILDAD E SOFAR

1 Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno. 2Prese a dire: 3«Perisca il giorno in cui nacqui
e la notte in cui si disse: «È stato concepito un maschio!».
11Perché non sono morto fin dal seno di mia madre
e non spirai appena uscito dal grembo?
12Perché due ginocchia mi hanno accolto,
e due mammelle mi allattarono?
13Così, ora giacerei e avrei pace,
dormirei e troverei riposo
14con i re e i governanti della terra,
che ricostruiscono per sé le rovine,
15e con i prìncipi, che posseggono oro
e riempiono le case d'argento.
16Oppure, come aborto nascosto, più non sarei,
o come i bambini che non hanno visto la luce.
17Là i malvagi cessano di agitarsi,
e chi è sfinito trova riposo. 20Perché dare la luce a un infelice
e la vita a chi ha amarezza nel cuore,
21a quelli che aspettano la morte e non viene,
che la cercano più di un tesoro,
22che godono fino a esultare
e gioiscono quando trovano una tomba,
23a un uomo, la cui via è nascosta
e che Dio ha sbarrato da ogni parte?

Parola di Dio – Rendiamo grazie a Dio

 

Riflessione di Enzo Bianchi tenuta il 15.06.2003 a Montericco di Reggio Emilia

“ … Chi conosce la sofferenza sa che la sofferenza schiaccia, isola, deprime, disumanizza. Questa è la verità della sofferenza. Il  valore non è della malattia e della sofferenza, ma il valore vero che il cristiano trova è il valore dell'obbedienza a Dio inteso come un amore anche nella malattia, anche nel dolore. La vera sfida che è chiesta al cristiano nella malattia è come continuare ad amare e continuare ad accettare di essere amato. Questa è l'unica cosa che il vangelo chiede al cristiano. La vera sfida per ciascuno di noi nella malattia è continuare ad amare perché il dolore abbruttisce, il dolore ci fa diventare egoisti, il dolore ci provoca e fa pensare soltanto a noi stessi, il dolore ci rende, addirittura, a volte la presenza degli altri, insopportabile. Il vero compito all'interno della malattia è questa fatica del continuare a credere all''amore, all'amore attivo verso gli altri e credere all'amore degli altri verso di noi. In questo senso, allora, proprio perché la malattia se vissuta nell'amore diventa obbedienza a Dio, allora può essere offerta con tutta la vita a Dio, ma non semplicemente come dolore, non semplicemente come fatica, non semplicemente come malattia. Avete mai trovato una volta nel Vangelo Gesù che abbia chiesto a qualcuno nella malattia di rassegnarsi o di offrirla a Dio. Provate a cercare! E vedrete se questo linguaggio è presente nel Vangelo. Gesù chiede ogni volta che qualcuno è malato che questo malato mostri, pur nella sua condizione, un desiderio di salvezza, ma di una salvezza che passa con la volontà di comunione con gli altri, di amore per gli altri. Ecco allora che noi dobbiamo certamente, come cristiani, cogliere nella malattia questo tragitto. Innanzitutto il tragitto della preghiera, preghiera che nel malato è lamento e anche protesta. Quando noi leggiamo le preghiere nel libro di Giobbe o nel libro di Geremia c'è una protesta, a volte c'è addirittura una contestazione di Dio e anche Gesù morendo sulla croce ha gridato al Padre perché! Perché! Se la preghiera è l'espressione di una relazione vitale del credente col suo Signore, è normale che nella situazione di crisi propria della malattia il credente si appelli a Dio, e cerchi di ritrovare un rapporto con Lui  perché l'esperienza della fede, fede che viene messa alla prova, una esperienza che chiede: "colui che è stato accanto a me nella beatitudine e nella pienezza di vita è ancora accanto a me nella malattia financo nella morte e al di là della morte? E' una domanda a cui si risponde con la fede, ma la fede a caro prezzo non la fede che è una certezza a volte in cui in realtà non si vuole percepire il Dio vivente, ma un idolo che fa da tappabuchi alle nostre angosce. Ed è all'interno di questa ricerca fondamentale di senso, espressa con il linguaggio della preghiera, che si può certo domandare a Dio, domandare a Dio che la sofferenza e la malattia passi, che ci sia la guarigione. Anche Gesù di fronte alla morte ha chiesto, dicono i vangeli, più volte, con insistenza al Padre che se era possibile Lui non entrasse in quell'ora della vita segnata da violenza, da sofferenza, da tortura, fino alla morte ignominiosa in croce. Ma Dio non poteva far nulla, non avrebbe potuto togliere a Gesù quella condanna che era una necessità umana in un mondo ingiusto in cui il giusto perisce. Però, ci dicono i Vangeli che Dio gli ha mandato un angelo. Decodifichiamo: non ha avuto apparizioni, Dio gli ha permesso di comprendere che la sua morte aveva un senso, e Gesù ha potuto concludere " ma non la mia ma la tua volontà sia fatta", percependo tutto il senso di quel cammino di passione e morte che l'attendeva. Vedete, nella malattia è importante che noi continuiamo a confrontarci con Dio, ripeto, a costo della protesta, a costo di contestare Dio come ha fatto Giobbe, come ha fatto Geremia, esprimendo il proprio dolore fino a dire "maledetto il giorno in cui son nato. Non ci è chiesto di rassegnarci, ma ci è chiesto di continuare in quello scontro con Dio, a trovare un senso. Noi cristiani siamo certi di una cosa che Dio non esaudisce le nostre richieste, non può esaudirle, ma invia sempre lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono, dice Gesù nel Vangelo. Il dono dello Spirito Santo significa proprio dare un senso alla propria malattia. Quando si da un senso alla propria malattia e nella malattia si continua ad amare e ad accettare di essere amati si vive la stessa esperienza d'amore di Gesù sulla croce. Ricordatevi sempre questo: la croce non ha dato nessuna Gloria a Gesù, è Gesù che ha reso gloriosa la croce perché vi è salito sopra continuando ad amare e accettando di essere amato. La croce è uno strumento di esecuzione, non ci è chiesto neppure di amarla, ma ci è chiesto, come situazione in cui continuare ad amare e ad essere amati. Ecco perché anche la malattia è un cammino di sequela del Signore, non ci è chiesto altro. Amare il Signore con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta la mante e amare gli altri, gli uomini come se stessi. C'è un bellissimo testo di Gregorio Nazianzieno che dice: " Signore fa che io ti sappia amare con tutto il cuore, con tutta la mente quando la mente della vecchiaia vacillerà e con quelle poche forze che mi resteranno quando sarò malato, ma fa che continui ad amare Te e gli altri come te stesso e allora il cammino verso di Te è un cammino di speranza, io dico è un cammino di senso, un cammino che con tutto il prezzo e il dolore val la pena di essere percorso insieme agli altri perché se si ama gli altri son sempre accanto a noi, destinatari dell'amore, o sorgenti di amore per noi.

 

 

Per la riflessione di coppia

1.  In che modo viviamo la nostra genitorialità? Su che cosa fondiamo il rapporto con i figli? La paternità/maternità la vivo con responsabilità o fuggo davanti ai miei doveri di padre/madre? Delego con facilità? Nella visita al “Quo Vadis”,è stato messo in risalto Pietro che davanti alla difficoltà, la persecuzione di Nerone, fugge per non morire. Fugge alla sua responsabilità di “apostolo, testimone e responsabile della chiesa nascente”. Cristo lo riconduce sulla retta via facendogli capire che i “doveri” non si fuggono ma si accettano e si affrontano. Pietro ritorna sui suoi passi e muore nel circo di Nerone dando la sua vita in croce.

2.  I genitori, come “Dio Padre”, sono dei testimoni. Nel rapporto con i figli siete testimoni della “cura” e delle “attenzioni” che Dio ha nei confronti dell’uomo? Ad immagine del Padre misericordioso della parabola, sapete “attendere” i vostri figli nelle eventuali scelte sbagliate della vita o il vostro atteggiamento è di durezza ? Quanto sapete “attendere” i loro tempi e momenti? Quanto siete disposti ad accettare che loro vivano secondo scelte diverse dallo “stile di vita” insegnato?

3.  Nelle situazioni di sofferenze, gravi o meno gravi, incorse nella vostra vita in che modo avete reagito? Avete puntato il dito contro Dio o siete riusciti a rimanere ancorati in Lui? Avete pensato che, nonostante il vostro essere credenti, Cristo non vi avesse risparmiato il male e vi stesse trattando “come gli altri”?

Condividiamo con gli altri il frutto della nostra meditazione