La speranza nella vita eterna

 

Introduzione

Iniziamo oggi a trattare il tema della speranza. Mi è capitato tra le mani di recente un bellissimo testo dell’azione cattolica della diocesi di Modena – Nonantola, il programma per il cammino associativo degli adulti per l’anno 2005-2006 dal titolo Testimoni di Cristo risorto, speranza del mondo “Rigenerati per una speranza viva” che vorrei usare come base delle nostre riflessioni. Divideremo l’argomento in tre incontri. Nel primo rifletteremo sulla speranza in rapporto alla vita eterna, nel secondo della speranza in riferimento alla sofferenza e nel testo della speranza in riferimento alla quotidianità della vita. Adotteremo lo schema solito, introduzione, condivisione di coppia, pranzo e nel pomeriggio messa in comune di quanto lo Spirito ha suggerito nel confronto di coppia. Quando si parla di speranza si è soliti affermare che il mondo di oggi non solo non porta in se “segni di speranza” ma addirittura che nulla induce ad una vita futura migliore. I testi che vi riporto, di epoche differenti, ci dicono che l’atteggiamento pessimista di oggi è ciò che ha accompagnato l’uomo sempre:

«Nemmeno i tempi sono più quelli di una volta. I figli non seguono più i genitori.» (da un papiro egizio di 5000 anni fa)

«Questa gioventù è guasta fino al midollo; è cattiva irreligiosa e pigra. Non sarà mai come la gioventù di una volta. Non riuscirà a conservare la nostra cultura.» (da un frammento di argilla babilonese di 3000 anni fa)

«Non nutro più alcuna speranza per il futuro del nostro popolo, se deve dipendere dalla gioventù superficiale di oggi, perché questa gioventù è senza dubbio insopportabile, irriguardosa e saputa. Quando ero ancora giovane mi sono state insegnate le buone maniere e il rispetto per i genitori: la gioventù di oggi invece vuole sempre dire la sua ed è sfacciata.» (Esiodo 700 a.C.)

«Il mondo sta attraversando un periodo tormentato. La gioventù di oggi non pensa più a niente, pensa solo a se stessa, non ha più rispetto per i genitori e per i vecchi; i giovani sono intolleranti di ogni freno, parlano come se sapessero tutto. Le ragazze poi sono vuote, stupide e sciocche, immodeste e senza dignità nel parlare, nel vestire e nel vivere.» (Pierre l’eremita, predicando la prima crociata nel 1095).

 

Che cos’è la speranza?

La speranza è la virtù teologale per la quale noi desideriamo e aspet­tiamo da Dio la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci all’aiuto della grazia dello Spirito Santo per meritarla e perseverare sino alla fine della vita terrena. (1817-1821-1843) [dal compendio del catechismo n. 387]

La definizione del catechismo della chiesa cattolica ci pone subito nella condizione ci capire che la speranza è strettamente connessa con la vita eterna. Ma qual è il fondamento della speranza? Su che cosa si fonda la speranza cristiana? La speranza cristiana si fonda sulla misericordia di Dio.

 

Ascoltiamo la Parola di Dio

Dal Vangelo di Luca (23, 39-43)

       39 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi! ”. 40 Ma l’altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? 41 Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. 42 E aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. 43 Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”. Parola del Signore

 

Consideriamo le frasi del buon ladrone e la risposta di Gesù.

«Neanche tu hai timore di Dio, benché condannato alla stessa pena?»

Il ladrone richiama l’altro ricordandogli che il Signore è condannato alla stessa pena, cioè è solidale con lui fino in fondo, porta lo stesso peso anche se ingiustamente. In questa frase c’è il mistero di Dio che condivide ciò che l’uomo è e porta su di sé il peccato dell’uomo. Non dobbiamo mai dimenticare che Dio in Cristo ha condiviso totalmente la nostra umanità, si è fatto solidale con noi. Questo è il punto di partenza: la condiscendenza di Dio verso l’uomo, la sua misericordia, la su benevolenza. Per entrare in relazione con Dio da Gesù Cristo in poi, questa e solo questa è la porta d’ingresso. Per questo il buon ladrone rimprovera l’altro, perché ha dimenticato di rivolgersi a un Dio così, ma si è rivolto a una sua immagine di Dio. La prima cosa da ricordare è la condiscendenza di Dio nei confronti dell’uomo.

Da qui nasce allora il modo di rivolgersi a questo Dio.

«Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno»

Questo ladrone è l’unico che lo chiama semplicemente “Gesù” e gli chiede di ricordarsi di lui. Il modo di rivolgersi di questa persona è colloquiale e intimo. Si dissocia dalle varie grida che circondano il Signore. Sono importanti questi due aspetti: il nome Gesù e il chiedere di essere ricordato. Il nome Gesù è il segno della relazione profonda e intima che questa persona ha con il Signore. Invocare il nome e pronunciarlo dolcemente è l’antibestemmia, è la lode di Dio. La bestemmia era “salva te stesso”, la lode di Dio è “Gesù” (= Dio salva). In un certo senso questo ladrone dice “Dio salva”, ponendo la salvezza di Dio prima di se stesso. Gli altri non riuscivano a dire Gesù perché erano troppo centrati su se stessi, sul proprio egoismo e interesse. In realtà dicevano a Gesù che se loro fossero stati al suo posto avrebbero prima di tutto pensato egoisticamente di salvarsi, senza pensare a nient’altro. Questa è la vera bestemmia e il contrario del messaggio evangelico: salvare solo se stessi. Anche perché non è possibile, dal momento che insieme agli altri ci si salva o ci si danna. Ognuno ha le sue responsabilità personali, ma la salvezza è esperienza di comunione e di apertura, il costruire tutto e  solo su di sé è esperienza di condanna. Da qui nasce la capacità di chiedere di essere ricordato, cioè di essere presente là dove è Gesù, la salvezza di Dio. L’essere ricordato è il modo per essere presente, per continuare a vivere  quella comunione sperimentata dal ladrone nel bel dialogo sulla croce.

E Gesù accoglie questa preghiera dicendogli: “Hai vissuto l’esperienza della salvezza” («oggi sarai con me in paradiso»). Il paradiso è l’esperienza della salvezza che ciascuno di noi può vivere cominciando dal nostro “oggi”, che può davvero diventare un “oggi salvifico”. Questo è il fondamento della speranza che si potrebbe definire come l’esperienza della salvezza nell’oggi della mia vita.

 

Riflettiamo insieme

  1. Quali sono le speranze della nostra famiglia, della nostra casa?
  2. Nella nostra vita come stanno insieme speranza e paura?
  3. Su cosa si basa la nostra speranza : su delle cose o su Una Persona?
  4. Cogliamo la vita quotidiana come la vita eterna che già si affaccia? Quale prospettiva apre sulla vita di famiglia, sulle scelte della coppia, la prospettiva dell’eternità?

Una riflessione interessante

a. La crisi della speranza

Il tema della vita dopo la morte è uno degli argomenti più affascinanti e maggiormente delicati da affrontare. In linea di principio, esso rappresenta l’ambito in cui la visione religiosa e quella non religiosa si diversificano maggiormente: se è possibile identificare diversi punti comuni tra le due prospettive laddove si tratta di migliorare la vita umana in questo mondo, quando si parla di ciò che segue la morte esse non possono che divergere radicalmente. Nella realtà, però, le cose sono più sfumate; ad esempio, vi sono persone che si professano cristiane e che tuttavia non credono alla vita eterna come ad un fatto certo ma solo come ad una mera possibilità, come del resto vi sono non credenti che tengono aperta l’eventualità che esista qualcosa oltre la nostra esistenza in questo mondo. In realtà, su questa tematica non esistono certezze “scientifiche” per nessuno; non ci sono prove che abbiano l’evidenza tipica delle affermazioni della scienza in grado di sciogliere qualunque incertezza in merito. Si può sempre e comunque avere un dubbio su ciò che avverrà, un dubbio che da un lato può invitare il non credente a non scommettere in modo troppo sbrigativo sul fatto che al di là della morte non vi sia nulla, ma che dall’altro mette pure in discussione la certezza di chi è cristiano – o comunque religioso – sul suo destino eterno. Una ragione importante che spiega la complessità della fede nella vita eterna sta probabilmente in questo ineludibile interrogativo che ogni persona porta dentro di sé.

L’odierna crisi della fede nella vita eterna all’interno del mondo cristiano dipende però anche da un altro fattore. Ormai da diversi decenni, si è compreso che il cristianesimo è essenzialmente un’esperienza religiosa storica e che quindi è in un rapporto ineludibile con la vicenda umana; il cristiano non può ignorare le sofferenze e i drammi nei quali si trova l’umanità del suo tempo, ma è chiamato a collaborare con credenti e non credenti per far avanzare la mai conclusa liberazione di ogni persona umana da qualunque forma di schiavitù e di oppressione. Se tuttavia questa dimensione, per sé assolutamente corretta, viene assunta come l’elemento centrale del cristianesimo, allora la vita eterna non è più così importante. Se essere cristiani significa primariamente servire la persona umana, allora il fatto di credere in un aldilà non è più un elemento decisivo per la fede; lo si potrà liberamente affermare o negare senza che questo incida sulla propria religiosità.

Per queste ed altre ragioni la speranza della vita eterna è un tema controverso anche nel cuore di molti cristiani. Ma è proprio necessario per il cristianesimo credere in questa vita al di là della morte? Se lo si rilegge a partire dal suo centro, la risposta non può che essere affermativa. Potrà sembrare un paradosso, ma a volte ci si dimentica che l’elemento fondamentale del cristianesimo non è nient’altro che l’esperienza – personale ed ecclesiale nello stesso tempo – della persona di Gesù e di quella trasformazione profonda del proprio essere che deriva da questo incontro. Riflettendo sulle implicazioni della fede in lui, si comprende come essa sia inscindibilmente legata  alla speranza nella vita eterna.

b. La tradizione della speranza

Come si può credere in Gesù, entrare in una relazione personale con un uomo vissuto tanto tempo fa in una cultura così lontana dalla nostra? In effetti, qualora volessimo costruire da zero un nostro percorso verso il Signore andremmo poco lontano; potremmo ricavare dalle sue parole un insieme di insegnamenti etici, magari un’affascinante filosofia di vita incentrata sull’amore, ma non arriveremmo mai ad incontrarlo personalmente. La religione “fai-da-te” consente solo di crearsi un proprio sistema di regole, di valori e di riti, ma non introduce nell’incontro interpersonale con Gesù e con Dio, il Padre suo.

L’unico modo per fare esperienza personale del Signore è quello di “credere alla predicazione” (Rm 10, 17), cioè a ciò che di Gesù hanno testimoniato i suoi primi discepoli e che è stato trasmesso fino a noi dalle generazioni di credenti che ci hanno preceduto, cioè dalla Chiesa. In altre parole, per il cristianesimo, credere significa fare propria quella fede in Gesù che è stata inizialmente di coloro che lo hanno conosciuto durante la sua vita terrena e che essi hanno poi annunciato e trasmesso ad altre persone; in questo modo nel corso dei secoli si è venuta formando una tradizione di fede che, pur reinterpretata ed approfondita, è proposta anche a noi oggi dalla Chiesa.

Ora, l’elemento centrale della fede dei primi discepoli, di quella fede che è giunta fino a noi e che la Chiesa non cessa di annunciare, è che Gesù, il crocifisso, è risorto dai morti (1Cor 15, 3). Dopo un’esistenza condotta interamente nella dedizione e nell’obbedienza a Dio, Gesù ha vissuto fino in fondo la fedeltà alla missione ricevuta da lui fino alla morte; dopo questo evento, però, i suoi discepoli lo hanno incontrato vivente, non ritornato alla vita precedente ma pienamente partecipe della vita di Dio anche con il suo corpo umano. In questo straordinario incontro essi hanno compreso che la loro sequela di Gesù non sarebbe più stata interrotta da nulla, nemmeno dalla loro morte: ormai il Signore aveva vinto la morte e con essa ogni ostacolo che avrebbe potuto impedire ai suoi discepoli di vivere insieme con lui. Per questa ragione la fede nella risurrezione di Gesù è stata da sempre associata alla convinzione che come lui è risorto, così anche noi risorgeremo per essere per sempre insieme con lui con tutto noi stessi, anima e corpo (1Cor 15, 22-23).

Negare che noi vivremo per sempre nella risurrezione significa ritenere che la nostra relazione con il Signore possa avere fine a causa di un evento, la morte, che non dipende dalla nostra libertà. Pensarla in questo modo significa ritenere che Dio non sia capace o non sia interessato a garantire ai suoi figli la possibilità di restare con lui per sempre, per condividere in eterno la sua gioia: ma questa incapacità o disinteresse non sono pensabili per il Dio cristiano, che si è manifestato a noi e ci è stato testimoniato dai primi discepoli di Gesù come amore onnipotente. Non credere nella vita eterna, cioè nella risurrezione, significa quindi misconoscere la dimensione centrale della concezione cristiana di Dio e di Gesù quale ci è testimoniata da color che ci hanno preceduto nella fede.

3. La libertà di sperare

La difficoltà della fede cristiana nella vita eterna sta anche nel modo in cui viene compreso il ruolo della libertà umana; la questione cruciale, in altre parole, è quella dell’inferno. Molti si domandano come sia possibile che una persona dopo la sua vita terrena possa essere per sempre separata da Dio e quindi vivere in una condizione permanente di radicale alienazione da se stessa, dagli altri e dal suo Creatore. A ben vedere, ciò che si mette in discussione non è il fatto che la persona possa rifiutare il rapporto con Dio, quanto piuttosto che essa non possa recedere da tale decisione dopo la sua morte. Se Dio è amore, perché non offre la possibilità di ritornare a lui anche a coloro che muoiono in una condizione di peccato grave?

La fatica a comprendere il carattere definitivo della condizione oltre la morte dipende dal modo in cui si concepisce la libertà umana. Non di rado, si intende tale libertà non semplicemente come la capacità di fare autonomamente le proprie scelte, cioè di dare alla propria vita l’orientamento che si ritiene migliore, ma anche come la possibilità – o forse il diritto – di cambiare tali scelte in qualunque momento senza vincoli definitivi di nessun genere. In altre parole, in tale prospettiva la libertà non è concepita come la condizione per scegliere un riferimento assoluto a cui affidare per sempre la propria vita, ma come l’esercizio di una sorta di diritto sulla propria esistenza che è fine a se stesso e non è funzionale a ciò che si sceglie. La fatica di molte persone a prendere decisioni definitive per la loro esistenza e la tendenza a sostituire la scelta di vita (vocazione) con una serie di esperienze che non vincolano per sempre e che si possono interrompere quando si vuole ha forse tra le sue cause anche questa concezione di libertà.

Mentre per tale prospettiva la persona umana si realizza nella misura in cui mantiene la sua capacità di rimettere continuamente in discussione la sua vita, per il cristianesimo essa si umanizza nella misura in cui si orienta definitivamente verso Dio attraverso la sua libertà, che diviene semplicemente la possibilità di scegliere per sempre la strada giusta. La persona umana è stata creata libera semplicemente perché chiamata alla relazione interpersonale con Dio, e in tale relazione ci si può entrare solo liberamente: tuttavia il fine ultimo di tale libertà, il suo compimento eterno, è quello di rendere possibile alla persona il rimanere per sempre nella comunione con Dio, lontano da qualunque pericolo di venir meno a tale relazione. Per questo, nel momento della morte la libertà raggiunge il suo compimento e rende la persona capace di restare definitivamente nella comunione con Dio. Senza questa possibilità anche in paradiso non si sarebbe sicuri di essere stabili nell’amore verso Dio e si dovrebbe temere di venire meno alla relazione con lui in qualunque momento a causa della propria libertà; in fondo, non ci si troverebbe in una situazione molto diversa da quella in cui ci si trova in questa vita. Al contrario, nel momento della morte la libertà umana raggiunge il suo compimento e diventa incapace di scegliere altro che Dio; in paradiso i beati restano liberi – altrimenti non sarebbero più uomini e donne –, ma liberamente non possono scegliere altro che Dio.

Ovviamente tutto questo comporta il rischio che la libertà venga usata contro il progetto di Dio sulla persona: anziché essere la possibilità di scegliere la relazione con Dio, essa può diventare il mezzo con cui ci si chiude alla sua grazia. Se poi la morte trovasse la persona in una condizione di radicale opposizione a Dio, allora essa per tutta l’eternità non potrebbe che scegliere liberamente una condizione di lontananza da lui, quella che la tradizione cristiana chiama inferno; la sua libertà umana raggiungerebbe il suo compimento, ma anziché stabilizzarsi nella scelta di Dio, si fossilizzerebbe in una condizione di separazione da lui. La realtà dell’inferno, quindi, non esprime affatto il disprezzo di Dio nei confronti di chi lo ha rifiutato – Dio non può odiare nessuno –, ma piuttosto la terribile responsabilità della persona umana che può stravolgere completamente il progetto di Dio su di lei trasformando un destino di vita in un destino di morte. Non sappiamo se qualcuno si troverà in questa condizione – il giudizio appartiene a Dio solo –, ma che essa sia una possibilità è una conseguenza imprescindibile del modo in cui il cristianesimo intende la salvezza e la libertà umana.

Tutto questo non ci deve spaventare. Quando si ha nelle mani un grande tesoro è naturale avere il timore di perderlo, ma questo non può cancellare la gioia per quello che si ha. La vita cristiana è essenzialmente gioia perché attesa di una vita eterna che in qualche modo si può pregustare in questa vita; è questa esperienza di gioia che deve trasformarsi in vigilanza perché ciò che Dio ci ha donato possa giungere al suo compimento e non sia rovinato dalla nostra fragilità.