Il testo

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.
Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

 

L’omelia

“Prima della festa di Pasqua”, Giovanni struttura il suo vangelo dando molta importanza alla liturgia del tempo. In lui sono presenti tre pasque: c. 2,23 “mentre era a Gerusalemme per la Pasqua”; 6,4 “era vicina la Pasqua dei giudei”; 13,1”Prima della festa di Pasqua…”.

E’ interessante notare il contesto in cui queste pasque sono collocate: la prima dopo il miracolo alle nozze di Cana durante il banchetto; la seconda prima del discorso sul pane di vita nella sinagoga di Cafarnao e infine la terza durante la cena pasquale. Tutte e tre le pasque sono scandite dall’essere a tavola o dal parlare del pane. In tutte e tre le pasque Gesù anticipa la sua donazione, la sua Pasqua: Gesù dona il vino, Gesù si definisce il pane che sfama per l’eternità, Gesù si dona ai suoi discepoli. Nel più grande momento celebrativo dell’ebraismo, la Pasqua, Gesù fa comprendere chi è il vero agnello.

Il brano che abbiamo ascoltato questa sera fa parte di una sezione che occupa in Giovanni 5 capitoli dal 13 al 17 su un totale di 20 capitoli, in nessuno degli altri vangeli esiste una sezione così ampia sul triduo della passione morte e resurrezione.

“la sua Ora”: dopo il richiamo alla pasqua viene ricordata “l’ora” su cui Giovanni ha fatto riferimento diverse volte nel vangelo: a Cana “Non è ancora giunta la mia ora” 2,4; a Gerusalemme nessuno è riuscito a mettere le mani su Gesù “perché non era ancora giunta la sua ora” 7,30/8,20; prima della sua passione annuncia ”E’ giunta l’ora in cui sia glorificato il Figlio dell’uomo” .. L’anima mia è turbata e che devo dire? Padre salvami da questa ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora!” 12,23.27. Il momento tanto atteso si sta per realizzare, dopo aver amato i suoi adesso da la prova massima del suo amore con il dono della vita.

“Si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto”: Gesù fa un gesto non contemplato nel galateo del tempo quello che il maestro lavi i piedi ai discepoli. Era buona consuetudine nella casa che il servo all’inizio e alla fine del pasto lavasse le mani all’ospite ma non i piedi. Si sottopone ad un gesto “tanto umiliante che un giudeo, ridotto in schiavitù, doveva rifiutarsi di eseguire per non disonorare il suo popolo” (1). Ecco perché in Giovanni la lavanda dei piedi è rimasta molto impressa e in qualche modo capiamo anche la reazione di Pietro davanti al gesto di Gesù. Pietro non è disposto a venir meno alla consuetudine e alla tradizione. Alla fine cede forse perché capisce il gesto che Gesù sta compiendo anche se farà difficoltà ad applicarlo alla sua vita.

Leggendo il commento di un biblista mi colpiva la sua sottolineatura su quanto dice l’evangelista: “Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo” Gesù riprende le vesti che aveva dismesso ma non toglie il grembiule, lo continuerà a portare forse fino al momento in cui i soldati romani gli toglieranno le vesti per mettergli gli abiti del finto re. Quel grembiule non si può racchiudere solo nel gesto, anche se profondo della lavanda, ma deve accompagnare la vita del discepolo. E’ uno degli abiti che il discepolo deve indossare ogni giorno, perché in quel segno c’è tutto il suo ministero “servire l’altro nei suoi bisogni”. Come non pensare al bellissimo c. di Mt 25 sul giudizio finale “ogni volta che avete fatto qualcosa ad uno dei miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me”.

C’è un modo con cui si è voluto sottolineare spesso l’eucarestia “lo spezzare il pane”: i discepoli di Emmaus “lo riconoscono nello spezzare il pane” Lc 24,35; la comunità di Gerusalemme partecipava alla catechesi degli apostoli e “allo spezzare il pane” At 2; a Troade ci si riuniva il primo giorno della settimana a “spezzare il pane”. Un gesto quello dello spezzare il pane che Gesù, come ogni capo famiglia, fa durante la cena, dandogli però un significato nuovo che unito al gesto della lavanda che lo precede indica lo stretto connubio che esiste tra questi due gesti: senza lo spezzare il pane è difficile lavare in modo disinteressato i piedi dei discepoli, cioè servire gli altri; e se non si serve l’altro con amore non ci si può accostare alla mensa eucaristica perché verrebbe meno il senso stesso del sacramento: Gesù che si dona a noi perché noi possiamo darci ai fratelli. Ecco il senso dell’Eucarestia. Mentre gli uomini cercano di “mangiare l’altro”, il famoso “homo homini lupus di Hobbes”, Gesù si dona in cibo.

Diverse sono le sensazioni e le riflessioni che mi accompagnano in questo tempo, come accompagnano ognuno di voi, ma la riflessione che mi colpisce di più in questi giorni è vedere il desiderio con cui tanti chiedono di ricevere la comunione e la commozione che provano. Le loro considerazioni sono tutte sulla stessa linea “quanto mi manca”; “non pensavo che potessi provare questa grande gioia nel riceverla”. Tante volte abbiamo dato per scontato e abitudinaria in senso negativo la nostra partecipazione a messa senza cogliere la bellezza dell’incontro e della presenza di Gesù con il suo corpo e il suo sangue. Tante volte passando davanti alla chiesa e sapendo che c’era Gesù sacramentato siamo andati oltre senza sentire il bisogno di fermarci. Questo tempo difficile che stiamo vivendo ci sta aiutando a riscoprire il bisogno di Dio nella nostra vita e quando sia inopportuno dare tutto per scontato: il posto di lavoro, i pasti quotidiani, gli affetti, le amicizie, l’alzarsi al mattino, il riempire la giornata di impegni, andare a letto la sera, programmare tutto fin nei minimi particolari. Dobbiamo imparare, come tanti hanno fatto e stanno facendo a cogliere il positivo anche in questi momenti difficili e bui, come fa il Signore che è capace di trarre dal male il bene. Mi viene in mente l’episodio del rinnegamento di Pietro, davanti a Gesù che gli annuncia il rinnegamento, si altera, per poi dopo averlo rinnegato, e aver preso coscienza del fatto, piangere e scoprire quanto veramente volesse bene a Gesù.

Mi colpisce anche lo stupore che si fa meraviglia, in molte persone che hanno riscoperto la casa come chiesa domestica. Il non sentire davanti alla proposta di pregare insieme, il rifiuto degli altri membri della famiglia, ma al contrario la gioia della condivisione anche nella preghiera.

  • Armellini Fernando, Ascoltarti è una festa, Solennità, Feste e Triduo pasquale, Padova 2007, p. 223
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