L’occhio di chi entra è immediatamente catturato dall’imponente CROCIFISSO che si staglia fino a quasi 15 metri di altezza e che è messo in maggior rilievo dalla luce che lo irradia dall’alto e da dietro. E’ il centro dell’esperienza cristiana: senza lo scandalo di Dio che sterrebero ne la Chiesa costituita dai battezzati, ne questa chiesa di pietra e legno che la accoglie; non ci sarebbero opere di carità che in nome di Cristo rianimano i poveri, ne i tesori d’arte che la fede ha prodotto nel corso dei secoli. La croce riproduce un albero, secondo una simbologia molto antica. Dal frutto dell’albero che il primo uomo colse nel giardino, secondo la narrazione della Genesi, vennero nel mondo il peccato e la morte; dall’albero della croce, il Signore Gesù ha riaperto le porte del cielo, ha liberato i peccatori dalla morte e li ha riconciliati con il Padre. Un antico inno della settimana santa si chiama la croce vexillum regis, vessillo del re, e la invoca come dulce lignum, dolce legno, arbor decora et fulgida, albero fecondo e glorioso.

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Ecco perchè il Signore crocifisso non è rappresentato morto o agonizzante, ma vivo, ieratico, solennemente assiso sulla croce come su un trono, con le braccia spalancate ad abbracciare tutta l’umanità e a effondere su di essa il dolce frutto della croce: la salvezza. Ai piedi della croce, secondo la narrazione di san Giovanni, stavano Maria e Giovanni (cf. Gv 19, 25-27). L’artista ha voluto dare ai due personaggi che tradizionalmente appaiono sotto la croce e che fungono da intercessori, il profilo del papa Giovanni Paolo II (si notino lo zucchetto sul capo e il titolo dell’enciclica Sollicitudo rei socialis sul cartiglio che tiene in mano), e madre Teresa di Calcutta (riconoscibile anche dal sari che indossa), le cui suore assistono i poveri del quartiere.
L’imponente crocifisso è anche la chiave di lettura dei luoghi del presbiterio. Che cosa si annuncia dal pulpito? Il lieto annuncio che il Signore crocifisso e sepolto è risorto, e questo trasforma la tragedia della croce in trionfo. Che cosa si dona nel fonte battesimale? La vita del Risorto. Che cosa si celebra sull’altare? Il memoriale che attualizza oggi, in questa comunità, l’evento salvifico, il sacrificio del Signore morto e risorto per la nostra salvezza. Esprimendo la teologia liturgica del Concilio Vaticano II, i luoghi della chiesa testimoniano che il signore è presente già nell’assemblea radunata (posti dei fedeli convergenti verso l’altare), nel ministro ordinato (sede presidenziale), nella Parola (pulpito), nell’Eucarestia (altare e tabernacolo), negli altri sacramenti (fonte battesimale, confessionali).

Croce e ALTARE sono posti sull’asse centrale della chiesa e si richiamano reciprocamente: chi vuole comprendere che cos’ì l’altare, alzi gli occhi al crocifisso; chi si chiede come può essere efficace e attuale un evento compiutosi duemila anni fa, si avvicini all’altare. Il percorso che, attraverso la navata centrale, porta all’altare, alla sede e alla croce, è illuminato direttamente dalla luce del sole: una via lucis guida gli occhi e i passi dei fedeli verso i luoghi dell’epifania di Dio. Sull’altare, durante la celebrazione eucaristica, stanno il Corpo e il Sangue del Signore offerti – come egli stesso disse agli apostoli – “per voi e per tutti”. Per questo la mensa non è sul fondo dell’aula liturgica, ma protesa in mezzo all’assemblea:”Prendete e mangiate”. La forma è suscettibile di diverse letture: la navicella della Chiesa, che attraversa il tempestoso mare della storia confidando la presenza del suo Signore, la mandorla dell’iconografia orientale circonda la raffigurazione del Signore come segno della manifestazione divina, la metà esatta di un chicco di frumento, un lungo pane che sfama l’umanità, la mensa imbandita per nutrire il popolo di Dio:”Chi mangia di questo pane non avrà più fame…”.

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Sotto il crocifisso, sta la SEDE PRESIDENZIALE. E’ il posto del vescovo o del presbitero che a nome di Cristo (come gli ricorda l’imponente immagine che lo sovrasta) presiede l’assemblea liturgica. E’ importante che colui che presiede non occupi un posto qualunque: la sede non ha solo una funzione pratica, ma simbolica, e ricorda a tutti che la comunità cristiana non è una riunione umana, una festa di quartiere o un’occasione di socialità tra le tante, ma è un organismo vivo, compageto in parti diverse e complementari, di cui il cristo stesso è a capo. Non è un trono, ma un posto di guida situato in alto e che va meritato. Quando il vescovo o il presbitero vi si siedono, devono ricordare che di esso si rendono degni fuori della celebrazione liturgica: quando annunciano l’Evangelo, quando si fanno servi del popolo che Dio ha affidato loro, quando spezzano il pane della carità,… tutte le attività che riempiono la giornata di un prete sono compendiate in quel sedile, messo volutamente sotto l’immagine dell’unico Signore, che è tale perchè si è fatto servo fino alla morte. Ai lati dello spazio presbiteriale stanno il pulpito (a sinistra per chi guarda dall’aula) e il fonte battesimale (a destra).

Il PULPITO, come si vede, non è un semplice leggio, ma un vero e proprio luogo, visibile ed elevato, destinato esclusivamente alla proclamazione della Parola del Signore. E’ icona tridimensionale della tomba vuota, da cui l’angelo dà l’annuncio che costituisce il fondamento della fede: il Signore non è più nel sepolcro, è resuscitato! Le colonne che lo sostengono sono tutte diverse. Una foresta di alberi dissimili in cui uno solo trionfa, divenendo sostegno per il libro della Parola: è la foresta inestricabile delle nostre parole, bisognose di quella sola Parola che dà senso pieno e risposte profonde alle domande dell’esistenza.

Il FONTE BATTESIMALE è un’autentica fontana. La vasca raccoglie l’acqua zampillante dalla sommità del globo marmoreo che la sovrasta: è il luogo dove nasce la fede, si riceve la vita divina del Risorto e si entra nella Chiesa. Il globo indica che l’annuncio della salvezza e la chiamata al Battesimo sono per tutto il mondo, gli intarsi marmorei policromi significano la ricchezza e la varietà delle genti, delle culture, delle nazioni e dei continenti, tutti chiamati all’unica fede dall’unico Salvatore.

In segno del legame tra la Pasqua del Signore e il Battesimo del cristiano, accanto al fonte è posto il candeliere con il cero pasquale. Al fonte si richiama la forma dell’acquasantiere poste all’ingresso: il cristiano entra in chiesa come figlio di Dio e fa subito memoria, con l’acqua e con il segno della croce, del sacramento che l’ha reso tale.Alla base della sede, come sui confessionali, sono raffigurate le pecorelle appartenenti al gregge che il Buon Pastore guida su pascoli verdeggianti. Le basi delle piattaforme che accolgono l’altare e il tabernacolo sono costellate da volti di angeli: secondo la visione dell’Apocalisse, intorno al Trono di Dio e all’Agnello immolato, miriadi di angeli acclamano il Signore dicendo: “L’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione”. Il contrasto tra un materiale freddo, qual è la pietra della struttura, e il caldo legno degli arredi, progettati e realizzati da MARIO CEROLI, evidenzia ancor più questi ultimi come veri luoghi liturgici simbolicamente pregnanti, e non semplice suppellettile o mobilio necessario allo svolgimento di un rito.

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Sulla destra, piuttosto nascosto dall’area presbiteriale, sta il TABERNACOLO (dal latino tabernaculum, cioè tenda): un piccolo tempio, sul quale si effonde la luce naturale proveniente dall’alto. E’ il luogo nobile dove viene custodita l’Eucarestia fuori della messa per la comunione degli ammalati, l’adorazione e la preghiera personale. La lontananza dal presbiterio non è segno di minore importanza, ma serve a garantire uno spazio proprio per l’orazione (si notino i banchi orientati al tabernacolo), perchè la chiesa sia sempre casa di preghiera: durante la messa con la centralità dell’altare, fuori di essa si evidenzia il tabernacolo, là dove è sempre realmente presente Cristo, in “corpo, sangue anima e divinità”. La Lampada, sempre accesa , è il segno di questa presenza. Sulla porta, il Signore che porge il pane (il sacramento dell’Eucarestia fu istituito nell’Ultima Cena), sui lati, figure di angeli e di uomini.

Ci guida nella comprensione la sequenza del Corpus Domini, composta forse da san Tommaso d’Aquino:” Ecce panis angelorum, factus cibus viatorium”, ecco il pane degli angeli divenuto cibo dell’umanità in cammino. La custodia eucaristica è ricavata all’interno di una pietra di luminoso chiarore: è un’immagine biblica della Gerusalemme celeste preconizzata dall’Apocalisse (capitolo 21), illuminata dalla gloria del Signore, e perciò splendida come una gemma preziosissima, le cui mura sono di diaspro e le cui fondamenta “sono adorne di ogni specie di pietre preziose”. L’Eucarestia è il pane del cammino verso quella meta eterna che il tabernacolo ci addita. Anche la base si rifà a una simbologia che riconduce a Cristo la storia e l’escatologia: il dodecaedro del piano inferiore, con i suoi dodici lati e angoli, è segno delle tredici tribù dell’antico Israele e delle dodici porte della città santa nell’Apocalisse, il pentagono regolare del piano superiore, con la sua forma chiusa e prossima a quella di un cerchio, è simbolo della soglia del divino: in Cristo trovano unità l’antica e nuova Alleanza e l’umanitè redenta è introdotta nel mistero di Dio.

Sul lato opposto, inserita in un’edicola, L’ICONA DI MARIA MADRE DEL REDENTORE. L’opera non faceva parte del progetto originario, ma fu realizzata e donata dall’autore in ricordo e suffragio della giovane figlia, morta tragicamente.

Sulla parete di fondo, vicino all’ingresso, due luoghi per il sacramento della Penitenza: i CONFESSIONALI. Il Battesimo è il grande sacramento della riconciliazione, ma il Signore, ricco di misericordia, non cessa di soccorrere le infermità della natura ferita dal peccato e offre copioso il perdono a chi lo invoca. Alcune immagini evangeliche significative sono poste a ispirazione del colloquio penitenziale: sul confessionale di destra la fuga in Egitto, Adamo ed Eva scacciati dal paradiso terrestre dopo il peccato, “Lasciate che i bambini vengano a me”; all’interno Gesù e la samaritana e la crocifissione. Sul confessionale di sinistra la guarigione del nato cieco, l’abbraccio del padre misericordioso al figlio prodigo, la guarigione del paralitico; all’interno l’Ultima Cena L’Ascensione.

Il luogo, ampio, consente un colloquio pacato, favorito anche dalla disponibilità del sedile, ma lascia la centralità all’inginocchiatoio per invitare all’antico gesto della penitenza con cui fin dall’antichità i cristiani hanno implorato il perdono delle colpe. Almeno per l’assoluzione, il sacerdote si alzerà in piedi e il penitente si potrà inginocchiare. Sul suo capo, la cupola indica la presenza rinnovatrice e purificatrice dello Spirito Santo, il quale “lava ciò che è sordito, bagna ciò che è arido, sana ciò che è sviato” (sequenza Veni Sancte Spiritus, Domenica di Pentecoste).

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Dal lato del tabernacolo si accede alla CAPPELLA FERIALE. L’altare qui è quadrato, secondo l’antica simbologia che faceva del quadrato il segno della terra (i quattro punti cardinali, i quattro venti principali, ecc.), sulla quale il Signore si è incarnato e che tutta è redenta dal sacrificio della croce e altare è qui evidente: la base dell’altare è formata da quattro croci greche (dai bracci uguali). L’altare è sormontato dal CIBORIO, che non è un baldacchino ornamentale, ma un segno dello Spirito Santo invocato nella preghiera eucaristica. Sulla volta del ciborio si apre il cielo stellato, simbolo caro all’iconografia orientale per indicare la presenza di Dio: i cieli si aprono sull’altare e dall’altare della croce è effuso lo Spirito santo, che procede dal Padre e dal Figlio, dal Padre per il Figlio. Il piccolo tabernacolo riproduce la forma della chiesa parrocchiale, a rimarcare il fatto che essa è il luogo di una particolare presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Sulla parete di fondo, la raffigurazione della sacra Famiglia di Nazareth (Maria , Giuseppe e il piccolo Gesù) illustra il titolo della cappella e ricorda una delle scelte pastorali più urgenti e qualificanti: quello per la famiglia, luogo di comunione di formazione, piccola Chiesa alla quale è affidato il futuro dell’umanità.

BIBLIOGRAFIA

  • MATTEUCCI M.,Architettura sacra post-conciliare: tendenze e indirizzi, tesi per il diploma in Scienze Religiose, dattiloscritto presso L’Ist. Sup. di Scienze Religiose – Ecclesia Mater, Roma 1998.
  • VITTA M. (a cura di), Una cattedrale per il futuro, Milano 1988 (si può richiedere in sagrestia).

 

Quando la chiesa fu progettata e costruita, gran parte del quartiere o non esisteva, o era in costruzione. Il prato che costeggia la parrocchia ospitava un campo nomadi, sprovvisti di infrastrutture. Per questo insediamento umano in faticosa nascita, segnato da problemi sociali non semplici e ancor oggi lontani da una soluzione, il progettista, l’architetto Pierluigi Spadolini, volle realizzare una struttura verticale alta e ardita, che non si appiattisse sulle case basse del vecchio quartiere retrostante e non si confondesse con l’impersonalità delle “torri” in costruzione.
La forma della chiesa è un annuncio di speranza per i parrocchiani, ma anche per gli automobilisti che sfrecciano distratti sul grande sul grande viale di Tor Bella Monaca: essa sembra dire all’uomo prostrato:” Rialza la testa, guarda in alto, al Signore che rialza chi è caduto, che non cessa di rivolgere la sua parola a chi è scoraggiato, che soccorre gli afflitti e libera i prigionieri”.

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Ma sono possibili altre due letture. Vista di lontano, la nostra chiesa, con la sua base larga che si restringe sempre più fino alle sommità dei due pinnacoli, somiglia ad una grande tenda. E’ la tenda che Dio ha piantato in mezzo al suo popolo. Il Figlio eterno dell’Altissimo, che “i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere”, si è fatto uomo e, abbassatosi fino alla morte, dopo la resurrezione e l’ascensione al Cielo volle restare con i suoi “fino alla fine dei tempi”. Dio ha piantato una tenda anche a Tor Bella Monaca, e la casa di Dio è la casa di Dio è la casa di tutti i suoi figli. Nella forma dell’edificio si possono anche vedere due mani che si giungono in un caratteristico gesto della preghiera cristiana.

Con le mani giunte poste nelle mani aperte del suo signore, il vassallo medioevale si affidava a colui dal quale aveva ricevuto la terra e autorità e al quale prometteva fedeltà, consiglio e difesa.Quando noi cristiani giungiamo le mani nella preghiera, sappiamo che dall’altra parte ci sono le mani aperte e accoglienti del Padre: tutto abbiamo ricevuto da lui e nulla potrà separarci dal suo amore. Queste due letture sono complementari. La Chiesa (con l’iniziale maiuscola, cioè la comunità di battezzati che nella chiesa-edificio si raduna), si pone alla confluenza di due movimenti che in essa si incontrano e trovano la loro sintesi: l’amore di Dio che si china verso i suoi figli, la risposta fiduciosa di chi accoglie la Buona Notizia ( questo significa la parola Evangelo) e si mette nelle mani del Padre. Dio si abbassa sulle sue creature, perché essa siano innalzate alla sua gloria: movimento discendente e ascendente si fondono.

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Quando avviene questa fusione? Sul Calvario, quando la croce segna il punto più basso dell’ umiliazione del Signore e al contempo spalanca le porte della salvezza per coloro che sono “lavati nel sangue dell’Agnello”. Il segno dell’amore di Dio e del riscatto dell’uomo è posto su ogni chiesa, ma ci vorrà un po’ di attenzione per scorgerlo sulla nostra. La CROCE infatti non è scolpita né dipinta, ma disegnata dalla luce. Guardando tra i due pinnacoli, noterai che al culmine essi tracciano dei contorni entro i quali la luce del sole è tagliata a guisa di croce. La chiesa si immerge così nella luce del creato.
Camminando verso l’ingresso dovrai salire e attraversare un SAGRATO molto ampio, una vera piazza. Per chi entra, lo spazio che separa la chiesa dalla strada ha una funzione simbolico-pratica. Aiuta a prepararsi all’incontro con Dio spogliatosi delle preoccupazioni, dei pensieri e dei rumori che accompagnano la giornata, e ricorda che la chiesa non è un posto dove usufruire di una prestazione professionale o assistere a un rito, ma la meta di un cammino che vede convergere persone diverse da luoghi e contesti umani diversi. L’edificio sacro ci parla dell’eternità e si pone come segno visibile che anticipa la Gerusalemme celeste, alla quale giungeremo alla fine del pellegrinaggio terreno. Mentre si sale vengono in mente le parole del salmo 23:” Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronunzia menzogna…”. Per chi esce, il sagrato è il luogo dell’incontro, in cui si prolunga l’esperienza di fraternità che ci ha visti raccolti intorno alla mensa del Signore.